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Questa opera di Enrico Altavilla è concessa in licenza sotto la Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate 3.0 Unported.
Le 10 nuove cagate SEO di cui non si dovrebbe parlare più
MAI più.
Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione del famigerato articolo “Le 10 cagate SEO di cui non si dovrebbe parlare più“, che si è diffuso viralmente contro ogni previsione e che ha prodotto tra SEO e webmaster una quantità di commenti e apprezzamenti inaspettata.

Copyright © Fabio Agostini
Siccome la produzione di materia fecale è intrinseca della natura umana e degli ambienti SEO/markettari, nel corso del tempo si sono accumulate nuove cagate SEO che è imperativo mettere a tacere per sempre, sotto gli scrosci di abbondanti tirate d’acqua.
Tutti i temi che seguono sono riferiti a Google, che dalle nostre parti è il motore di ricerca monopolista. Disclaimer e precisazioni le ho già fatte nell’introduzione della prima edizione delle “10 cagate SEO”, quindi potete leggerle lì se volete.
Orsù, disdicete l’abbonamento a “Pleistocene Oggi” (cit.) e proseguite con la lettura.
5 nozioni semplici semplici sugli errori 404
Questo post dedicato agli status 404 è volutamente poco approfondito.
In realtà per far le cose per bene, dovrei spiegare che la gestione dei contenuti inesistenti di un sito cambia sia al variare della tipologia del contenuto sia a seconda della ragione per la quale il contenuto non esiste (più).
Il primo esempio che mi viene in mente è quello della gestione di prodotti o contenuti temporanamente non disponibili. Non esistono regole generiche che possano essere applicate in ogni caso e mi è capitato nel corso del tempo di suggerire almeno due soluzioni tecniche diverse a seconda dei contenuti.
Mi riservo quindi di scrivere in futuro un bell’articolo SEO su dei casi specifici, nei quali l’uso dei codici di stato varia nonostante premesse simili.
Per il momento, accontentatevi di queste semplici nozioni generali e di un flow-chart chiarificatore.
Lo strumento di rimozione URL di GWT è una piaga da non usare
(a grande richiesta, un articolo breve per far riprendere fiato ai lettori)
Questo articolo dovrebbe in teoria essere parte di un più vasto argomento che potrei intitolare “Google Webmaster Tools non è Google”.
Nel corso del tempo ho infatti osservato diversi casi in cui alcune persone reagivano alle informazioni pubblicate su GWT come se esse fossero valutazioni sul sito svolte dal motore di ricerca.
In realtà le cose non stanno proprio così e non mancherà l’occasione di affrontare l’equivoco più ampio, tuttavia questo post è dedicato ad una piaga specifica: il tool per la rimozione delle pagine dai risultati di ricerca di Google, che nella versione inglese di GWT viene chiamato “Remove URLs”.
Lascia perplessi quanto la finalità di questo tool sia stata incompresa da webmaster e SEO: in tutti gli episodi che ho valutato tale funzionalità di rimozione URL è stata infatti usata in modo errato, rendendo la vita a Google un po’ più difficile.
La confusione attorno allo strumento di rimozione URL è talmente grande e diffusa che questa funzionalità mi risulta essere l’unica per la quale Google si sia spinto a creare un’apposita pagina di supporto che spiega quando non usare il tool di rimozione URL.
Vale dunque la pena di capire come stanno effettivamente le cose per evitare errori futuri.
Come calcolare la distribuzione del “PageRank” tra le pagine di un sito
Un’ottima descrizione del PageRank e della sua relazione con un sito web può essere data parafrasando le parole di Obi Wan Kenobi quando in Star Wars descrive il concetto de “La Forza“.
“Il PageRank è ciò che dà al sito la possanza. E’ un campo energetico creato da tutte le risorse. Le circonda, le penetra, mantiene unito tutto il sito.”
Non fatevi ingannare dal paragone apparentemente giocoso e superficiale: in realtà è davvero incredibile quanto la descrizione che ho appena dato combaci perfettamente con le caratteristiche della formula del PageRank.
Dal punto di vista matematico, il PageRank viene effettivamente creato da ciascuna risorsa, si accumula e si distribuisce tra esse in funzione delle relazioni che esistono tra loro ed è uno di quei segnali che conferiscono ai siti quella “possanza” che viene tenuta in considerazione da Google quando c’è da stabilire quanta visibilità concedere a tutti i siti web.
In questo articolo spiego come prendere visione del modo in cui il PageRank di un sito si distribuisce tra le sue pagine e sezioni, un’informazione che può aiutare a capire se un sito ha problemi di dispersione del PageRank o se lo distribuisce in modo non compatibile con gli obiettivi di business.
Gli spider non “seguono” davvero i link: un equivoco su follow e nofollow
Pur non avendo svolto alcuna valutazione dei lettori abituali di questo blog, sono indotto a credere che una loro buona percentuale sia composta da professionisti del settore con una certa esperienza sulle spalle.
Le precisazioni pubblicate nel presente articolo riguardo il concetto di “following” dei link risulterà forse un po’ banale a coloro che hanno ben chiaro come funzioni il crawling del web da parte di un motore di ricerca.
Ciononostante più di una volta mi è capitato di imbattermi in malintesi di fondo su che cosa significhi “following” e, di conseguenza, quale sia il significato e la funzione delle direttive “follow” e “nofollow”.
In un paio di occasioni il malinteso ha prodotto anche effetti negativi concreti e quindi ho pensato che ci stesse bene un breve articolo di chiarimento su questo tema.